LA CANTONIERA PALARANA

Ed ecco il bellissimo racconto di Emilio Regoleo, avventuriero appassionato di Sardegna, che ci dona questo stupenda storia, un trekking sui binari della vecchia ferrovia in disuso. Per chi vuol vedere la Sardegna in modo diverso, con la lentezza di un percorso a piedi, idea insolita ma piena di dettagli e suggestioni, percorso sicuramente da provare per vedere questa meravigliosa isola in modo incosueto. Ringraziamo Emilio per aver condiviso il suo racconto con noi e suggeriamo a chi cerca idee e percorsi per viaggiare in modo un po’ diverso di seguire il suo blog www.regoleo.altervista.org

Racconto di Emilio Regoleo

Sabato notte mi rigiravo nel letto senza riuscire a prendere sonno. Mi succede da quand’ero bambino, alla vigilia di un evento piacevole l’immaginazione mi fa da caffeina. Finalmente mi addormento ma per poco, verso le due mi sveglio e la causa dell’insonnia cambia passando dall’euforia alla preoccupazione.

Ho in programma un’escursione lungo una vecchia ferrovia, di cui ho già parlato qualche anno fa. Si tratta di un tracciato che una volta era commerciale e oggi ha pretese turistiche, va da Mandas ad Arbatax correndo tra costoni rocciosi e strette gole di una delle zone più impervie e disabitate ma spettacolari, della Sardegna.

In pratica i convogli viaggiano a seconda degli umori politici del momento. La preoccupazione è dovuta al fatto che dovrò fra l’altro attraversare delle gallerie. Quanto saranno lunghe? Ci saranno buche o altri ostacoli? Con un sussulto di dignità scaccio immagini di mostri con le squame e fauci mucillaginose, ridimensionando l’eventuale incontro fortuito, con un cinghiale che non ha nessuna voglia di farsi sfrattare.

E’ come per le preoccupazioni di lavoro, se c’è una soluzione è inutile che ti preoccupi perché tanto c’è una soluzione; se non c’è una soluzione è inutile che ti preoccupi, perché tanto non c’è soluzione. Dopo questa saggia considerazione mi ri-ri-addormento.

Finalmente suona la sveglia. Ho preparato tutto dalla sera prima, compreso un foglio con i nodi della gita, con tanto di coordinate da lasciare a casa nell’eventualità che il telefonino non prenda e al tramonto non sia ancora tornato.

La mattinata è fresca, mi fermo al primo bar per fare colazione e devo aspettare qualche minuto che aprano. Non capita spesso di svegliarsi prima di un barista ma è domenica mattina e ci può stare. Nel frattempo mi do del cretino vergognandomi degli incubi notturni, poco onorevoli per un uomo della mia età.

La strada per raggiungere il punto d’attacco la conosco a mena dito. Larga e a quattro corsie fino a Monastir, di qui uscita verso Senorbì paese che evito grazie ad una circonvallazione recente, poi si continua verso Mandas.

Nel frattempo l’asfalto comincia a correre parallelo alla ferrovia. Dopo Mandas sia l’uno che l’altra si diramano andando verso Isili da una parte o verso Seui dall’altra. Prendo per la seconda destinazione fino al lago basso del Flumendosa. Si tratta di uno stretto bacino artificiale facente parte di un sistema creato negli anni 60’ per combattere la cronica siccità isolana ormai ridotta ad un lontano ricordo.

Strada e ferrovia scavalcano insieme il lago prese per mano sullo stesso ponte, e sono arrivato ad una piccola piazzola adatta ad accogliere non più di due auto. Dove so per certo che è possibile scendere sui binari che si trovano, a questo punto, poco al di sotto della sede stradale. Non sto a spiegare il perché, ma un primo pezzo, compreso l’attraversamento del ponte, l’ho già fatto durante una sorta di sopralluogo.

Chi volesse ripetere questa escursione sappia che c’è un ampio piazzale alberato prima del ponte dove possono parcheggiare molte più vetture. In questo caso però l’escursione si allunga di due chilometri all’andata e di altrettanti al ritorno.

La mia piccola piazzola (39.763619 9.238860) si trova in prossimità del casello ferroviario n° 70, facilmente individuabile dalla strada e non lontano dalla pietra miliare n° 109 della ferrovia. Per i pignoli 18,50 è invece il chilometraggio corrispondente della SS 198.


inizio dell’escursione al casello n.70

Qui c’è anche un passaggio a larghezza d’uomo lasciato libero nel guardrail che evita di doverlo scavalcare. Un breve sentiero e poi si è subito sui binari. Con l’aiuto di Google Earth, Google Maps, telefonino con GPS e GPS senza telefonino, oggi le escursioni si possono preparare a tavolino. Ho tanta tecnologia quanta una portaerei USA, ma sfido chiunque in ogni caso a perdersi percorrendo una strada ferrata.

Il bello della programmazione però è che si possono prevedere il punto d’inizio, eventuali vie di fuga nel caso qualcosa vada storto e tracciati di rientro ad anello, possibilmente per una via più breve rispetto alla parte interessante del percorso.

Questa escursione prevede circa 7,5 Km di ferrovia (in rosso nella foto aerea), 2,4 di strada bianca all’interno di un bosco per tornare sulla statale (in azzurro) e 2,90 di asfalto (in giallo). Per un totale di 13 km. Se c’è una cosa che i treni odiano sono le salite, per via del fatto che hanno ruote di ferro che si arrampicano su rotaie dello stesso materiale, con conseguente scarsissima aderenza.

Per un camminatore questo è un vantaggio, perché si salgono dislivelli anche importanti ma in lieve pendenza senza nemmeno accorgersene. In questo caso dovrò salire di duecento metri lungo i binari e altri cento lungo la strada bianca, dopo di che il tratto finale sull’asfalto sarà tutto in discesa.

Mi imbatto dopo poco nella prima galleria, si chiama Casteddu (39.756598 9.242590) e so che sarà la più lunga, circa 150 mt. ma un tranquillizzante disco luminoso finale si intravvede già dall’ingresso. Naturalmente ho con me un torcia elettrica che mi rende tutto più facile. Niente cinghiali, però un piccolo mostro lo incontro lo stesso. Qualcosa che svolazza, e qualcosa che svolazza al buio non può essere che un pipistrello, la traiettoria discontinua me lo conferma. Proseguo spavaldo. Un’antica credenza, ma anche qualche comò, dice che si attaccano ai capelli e non li mollano più.

Io mi sono premunito di cappellino con visiera e in ogni caso sui miei capelli avrebbe ormai pochi appigli. Il problema è che più avanzo e più lui indietreggia e credo che non abbia nessuna voglia di arrivare alla fine e uscirsene al sole. Finalmente si infila in una nicchia e siamo salvi entrambi.

Dopo la prima galleria la ferrovia si allontana decisamente dalla strada, correndo parallela alla riva del lago, ma salendo sempre un po’ di più rispetto al suo livello. Si è subito soli, immersi nel silenzio, solo strida di uccelli, tra di loro c’è certamente qualche rapace. La vetustà delle attrezzature ferroviarie fa subito pensare al Far West, ma la vegetazione è assai diversa, fitte leccete al posto dei cactus. Lontani “Tacchi” tipici di queste zone invece confermano l’impressione. Il serpente ferroviario prosegue sinuoso.

La presenza costante di ruggine anche sulla parte superiore dei binari conferma il fatto che l’ultimo treno dev’essere passato ormai tanto tempo fa. Qualche piccola frana ingombra qua e la i binari, ma niente che non si possa liberare facilmente anche a mano. Ogni tanto si passa attraverso qualche canyon artificiale, a fare costante compagnia ci sono le pietre miliari precise e indistruttibili.

Oltre a frequenti caselli cantonieri tutti accuratamente numerati. Si arriva alla galleria Illone e poco dopo a uno dei punti più caratteristici di questo tratto. Sull’apice di un promontorio che disegna in pianta un arco a sesto acuto, ci sono altre due brevi gallerie: Palarana e Corassu. Tra le due c’è una solitaria casa cantoniera (39.733085 9.265134) isolata da Dio e dagli uomini, la n° 73 del Km 113+529.

I costoni rocciosi che le fanno da paravento la escludono dal resto del monto. Una piccola aia, un pozzo, una banchina e una panchina di installazione recente, ne fanno un luogo che farebbe invidia al più radicale eremita. La casa come le altre incontrate finora, è in discrete condizioni. Ha il tetto sano e anche la scala di legno interna che sale al primo piano. Gli infissi hanno l’aria di voler crollare da un momento all’altro ma resistono.

Il fatto che questa struttura sia lontana dalla civiltà e che per raggiungerla occorra scarpinare parecchio, l’hanno salvata dai vandalismi più distruttivi. La porta è aperta, assicurata appena da un pezzo di spago. All’interno ancora poche suppellettili. Un tavolo un armadio e qualche sedia, un camino e un forno, danno l’idea della povera vita che vi si conduceva. I casellanti ferroviari, come gli omonimi stradali, erano operai poverissimi addetti alla manutenzione. Ognuno con un tratto di ferrovia assegnato da sorvegliare.

Qualcuno di questi personaggi compare nei romanzi foschi e pessimistici, anche se pieni di poesia, di Grazia Deledda. Il più delle volte arrotondavano il loro magro salario con un piccolo orto, una vite rampicante, una pianta di fico e qualche gallina.

Ho letto da qualche parte che al casello di Palarana, dato il suo particolare isolamento, venivano assegnati i cantonieri indisciplinati. La Sardegna interna negli anni a cavallo tra ottocento e novecento non doveva essere un ambiente facile, e se eri cantoniere assegnato a Palarana la tua vita doveva esserlo ancora meno, altro che stress depressivo.

Dopo l’apice del promontorio la ferrovia assume un andamento più tranquillo. Segue un ramo laterale del lago creato da un affluente del Flumendosa, il rio Betilli, che piano piano si prosciuga smette di essere lago e torna ad essere torrente. Continuano le case cantoniere, ancora in buono stato di conservazione e ritmate dal puntuale scorrere delle pietre chilometriche.

Frequenti sono anche le cataste di traversine di legno ordinatamente impilate, mucchi di grosse viti e piastre per il fissaggio. Segno che qualche periodica manutenzione viene ancora fatta. So che sono quasi alla fine del tratto ferroviario e mi aspetto da un momento all’altro di arrivare ad una piccola stazione (39.754281 9.262959) che prende il nome Betilli dal torrente appena menzionato, Eccola che compare con tanto di scambi, cisterna per il rabbocco delle locomotive a vapore e qualche deposito. La cisterna veniva riempita con un mulino idraulico ancora presente.

E’ gradevolmente restaurata grazie all’utilizzo di fondi europei e questo è un buon segno circa l’incero futuro della ferrovia. Vi si trovano dei tavoli da picnic ed è raggiungibile in auto. Poco sotto la stazione c’è un agriturismo “Il Borgo dei Carbonai” non resisto alla tentazione di visitarlo e i cortesissimi gestori mi mostrano ogni angolo, camere da letto comprese.

La struttura mi pare degna di nota, quindi molto modestamente lascerò il numero di telefono tra le immagini allegate al racconto. Le stesse immagini mostrano dei curiosi fiori di pietra, incollati un po’ dappertutto sui muri, sia della stazione che del piccolo villaggio, Sono piccole e gradevoli opere d’arte create dagli stessi gestori.

Lascio la stazioncina di Betilli e affronto l’unica salita rilevante dell’escursione, lungo la strada bianca che mi porta in quota e ridiscende fino all’incrocio con la statale (39.753429 9.254006). Camminare sull’asfalto non è mai piacevole, specie se privo di banchine abbastanza ampie da poterlo fare in sicurezza, ma il traffico è abbastanza scarso e non disturba troppo. Il silenzio dei luoghi aiuta a prevenire l’arrivo delle macchine e a mettersi al riparo. Lungo l’ultimo tratto della gita ho anche un ultima sorpresa, la chiesa campestre di Santa Maria ricadente nel comune di Sadali.

Questa cosa avrà un seguito. Il pallino dei tracciati ferroviari mi è venuto qualche tempo fa e non mi abbandonerà tanto facilmente. Sono escursioni facili per gente che ha già una certa età, in quanto prive o quasi di dislivelli. Attraversano spesso territori incontaminati stupendi e difficilmente sono disturbate da prepotenti mountain bikers che ti obbligano a farti da parte all’ultimo momento. Se a qualcuno venisse voglia di accompagnarmi, lo prenderei a braccetto volentieri. E se hai avuto la pazienza di leggere fino a qui vuol dire che la cosa ti interessa e quel qualcuno potresti essere proprio tu.

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